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Mar 11 ,2019

Il surf: Lo sport dei Re.

Tutto quello che sapete sul surf probabilmente è sbagliato. Vi hanno fatto credere che il surf sia una faccenda prettamente estiva: sole, occhiali scuri, ragazze in bikini e vita da spiaggia. Life’s a beach, questo è vero, ma non significa quello che pensate, anche al netto del gioco di parole. Il surf è uno sport difficile, ammesso che sia uno sport, e non vale mai la pena: è questo che lo rende così bello. Innanzitutto, l’estate di un surfer passa fissando con insofferenza i bagnanti assiepati sulla spiaggia: folla e mare piatto, nulla per cui esaltarsi. Il surf è una faccenda invernale, fatta di vento teso che spacca le guance, acqua gelida, orecchie intirizzite e piedi lividi per il freddo.

La verità è che la pratica stessa del surf contiene in sé un ineludibile seme di ribellione, qualcosa che spinge il surfista a procurar battaglia: non si tratta di menare le mani (non sempre, per lo meno), piuttosto di sfogare una voglia primitiva di libertà e di confronto, anche con se stessi. Nell’antica società polinesiana il surf era intrecciato con ogni aspetto della vita quotidiana: la famiglia, il lavoro, la guerra, il mito, la religione. Surfavano le donne, i sacerdoti e i notabili, abituati a lussuose tavole di legno, le olo, lunghe fino a sette metri e pesanti circa un quintale. Il surf, come avrebbe notato anni dopo Jack London, era lo sport dei re. Ma i re si danno battaglia, e infatti l’abitudine di cavalcare le onde era spesso motivo di competizioni, scommesse azzardate e confronti cruenti. Nel corso dell’Ottocento gli hawaiani che mantennero in vita la pratica del surf dovettero sfidare il biasimo dei missionari: secondo Matt Warshaw, enciclopedia vivente del surf e autore di The History of Surfing, «il surf andava contro il concetto calvinista del lavoro e dell’iniziativa personale, che lasciava poco spazio alle attività ricreative». Alla base di tutto c’era una diversa concezione del mare: non dare mai le spalle all’oceano, recita un detto hawaiano, eppure, per quanto severo, il mare dei polinesiani è un dio che accetta di essere corteggiato. Gli occidentali, invece, temevano l’oceano come fosse una creatura da romanzo gotico. L’esploratore James Cook, tanto per dire, non sapeva nuotare. I missionari giunti alle Hawaii cercarono di convincere i nativi che lavorare indefessamente e pregare con costanza fosse meglio che trascorrere lunghe giornate seminudi sulla spiaggia, cantando canzoni e surfando. Faticarono un po’ a imporre certe idee, e non è difficile capire perché. I nativi che fecero resistenza al nuovo credo dovettero coltivare la propria passione per il surf a dispetto di una sovrastruttura che cercava di impedirglielo, più o meno come il padre di famiglia che oggi corre al mare in pausa pranzo, per strappare alle sue giornate intasatissime almeno un paio d’ore di buon surf: si tratta di ribellione, passione, amore per la natura e per gli spazi aperti. [...]

Per chi non pratica il surf è arduo capire le ragioni di questa ossessione per le onde. Il surf è un’attività inutile. Dennis Aaberg, cosceneggiatore del film Un mercoledì da leoni, lo ammette candidamente: «Le onde arrivano da chissà dove, si materializzano sulla costa e si infrangono velocemente, sparendo nel nulla. Rincorrere questi miraggi è una completa perdita di tempo, ed è quello che ho deciso di fare della mia vita». Nell’era del pragmatismo, il surfista manifesta il proprio innato spirito di ribellione esercitandosi in una pratica di sublime vanità. Dissipare il tempo è la nostra rivoluzione, e d’altra parte i surfisti sono fra i pochi che possono concedersi il lusso di questo spreco. Nel surf il terreno di gioco cambia in continuazione: ogni onda è uguale solo a se stessa, esattamente come ogni secondo che trascorre è diverso da tutti gli altri. In ogni istante della propria vita, ogni surfista ha perfettamente chiaro, in un angolo del cervello, che mentre dorme, mangia o lavora, da qualche parte nel mondo ci sono onde che frangono vergini e inesplorate. Bum, bum, bum, questo rumore che batte in testa, questo rincorrersi di frangenti che si sgretolano, somiglia tanto al ticchettare dei secondi che scivolano verso il passato. Ogni onda lasciata andare è un’onda sprecata, irrecuperabile come un istante perduto: non ce ne sarai mai un’altra uguale. La consapevolezza di questo sperpero agita più o meno consciamente qualsiasi surfista. «Abbiamo avuto un buon surf», recita un antico canto polinesiano, «ma il mio amore se n’è andato». Però abbiamo avuto un buon surf, e in fondo non è male. [...]

Affrontare il mare con una tavola, anche quando le onde sono alte trenta centimetri, significa sentire sulla propria pelle (letteralmente) l’energia che si propaga nell’acqua da costa a costa, una scossa sul dorso della Terra. Tornare in spiaggia significa avvertire immediatamente la nostalgia di quella sensazione, per ragioni difficili da spiegare a parole. Il surf è un ottimo maestro quando si tratta di insegnare concetti elementari: i difficili rapporti tra uomo e natura, l’irreversibilità del tempo, la necessità di contare soprattutto su se stessi. Galleggiare a cento metri dalla costa, in una fredda giornata invernale, con le gambe immerse nell’acqua ai due lati di una tavola, significa trovarsi nelle condizioni ideali per lasciarsi impartire questo genere di lezioni: se guardi dentro l’abisso l’abisso guarderà dentro di te, come diceva qualcuno. Sono insegnamenti preziosi e inutili allo stesso tempo. Il surfista è come l’esploratore di cui parlava T.S. Eliot, che alla fine del viaggio torna al punto di partenza e lo vede come fosse la prima volta. Abituati alla folla e al rumore, pagaiamo verso il largo fendendo la schiuma, fino a raggiungere il silenzio e la solitudine. Una conquista da non sottovalutare. Al mare si va con gli amici, e con gli amici si torna, ma quando sei in acqua sei fondamentalmente solo. Il surf non è uno sport di squadra, è una roba da introversi. Ci vuole una buona dose di energia interiore per sopportare l’enorme solitudine che si prova in balia di una mareggiata, appollaiati su un fuscello sottile mentre l’oceano si affanna in direzione della costa.

(tratto da www.rivistaundici.com)

[in foto: Marco Marzocchi durante una sessione invernale]

Last Update 2019-03-13 16:02:52
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